Avevo due case di Barbie, la casa di città e la casa di campagna, e sono miracolosamente sana di mente (ma affetta da romanticismo acuto).
Quando ero piccola, sei, sette, otto anni, più o meno, avevo una sorella (intendiamoci, ce l’ho ancora, ma all’epoca faceva parte dei giochi….), 19 Barbie circa, più numerosi pezzi sparsi tipo film dell’orrore per bambini – teste, braccia, ecc. – una casa di campagna di Barbie e una casa di città di Barbie.
La casa di campagna era una figata: bellissima, tutta plastificata, gialla bianca e col tetto rosso mattone, enorme per i miei parametri dell’epoca, e, soprattutto, regalata, nel senso che ci era arrivata in regalo dalla figlia, più grande di noi, di un collega di mio padre o mia madre. Non l’avevamo chiesta, andava oltre i nostri sogni, eppure ce l’avevamo. E infatti, come da tipica sindrome di chi desidera a lungo e ottiene sospirando, non la usavamo: religiosamente conservata “per i pomeriggi migliori”. Di solito io e mia sorella giocavamo con la casa di città: una specie di spaccato assonometrico di un palazzo a tre piani, addirittura con l’ascensore giallo, tutta di compensato. Non mi ricordo se era arredata. Mi ricordo che era di compensato. E’ un ricordo preciso, perchè un pomeriggio, mentre giocavo con mia sorella, che mi fece arrabbiare come al solito, io ebbi un istinto omicida e la spinsi contro la casa. Risultato: lei piangeva per il taglio sulla fronte, abbastanza profondo e sanguinante, io ero scioccata dai risultati non voluti della mia violenza infantile, mia madre infuriata con me (e quando mai!, anche se aveva ragione nel caso specifico) e la casa di città di Barbie…. ROTTA!!!!!
La povera casa di Barbie con il suo meraviglioso ascensore giallo terminò quel giorno la sua vita terrrena in casa mia: un pezzo di compensato, artefice del taglio sulla fronte di mia sorella, si era completamente spaccato. I miei decisero di buttarla. Non so perchè (….), ma quell’episodio, mi è rimasto così impresso che ricordo con precisione il senso di disamore verso la casa. Non l’ho più guardata in faccia, attribuendole la colpa della ferita di mia sorella: se non fosse stata di compensato, ma di plastica, mia sorella non si sarebbe fatta nulla, e a quest’ora forse ce l’avremmo ancora tra i giochi conservati in “soffitta”.
I figli degli anni Ottanta, delle Barbie, dei giochi Mattel, di Bim Bum Bam (con i preistorici Licia Colò, Paolo Bonolis e Uan), sono affetti tutti da una pericolsa sindrome. A volte la sindrome è cronicizzata, a volte riaffiora con picchi di intensità elevata, e in rari casi scompare. Io sono una miracolata, sono ancora viva e vegeta, un po’ toccata (credo ancora nelle favole, quelle tipo Cenerentola, Biancaneve, anche la Sirenetta, ma quella disneyana, ecc.), e affetta da romanticismo acuto e insicurezza cronica nella ricerca di qualcuno che assomigli a Ken, al principe azzurro, anche a Terence di Candy Candy, se volete. Il fatto è che io non sono nè Barbie, nè Cenerentola, nè Candy Candy. In effetti “sono più carina quando rido che quando piango” (questo non era Terence ma Albert), ma chi non lo è scusate?, e inoltre anche se ho l’aria sperduta di Cenerentola a Mezzanotte, la maschero continuamente con l’allure da finta intellettuale (o vera, ma che cambia? gli uomini si spaventano uguale). Ho gli occhi verdi, e spesso mi dicono: che meravigliosi occhi azzurri che hai! Più che il principe azzurro, sembra che parli il lupo di Cappuccetto Rosso…
*Ringrazio il Dolceforno per l’ispirazione.
