Da quando lavoro in un posto molto carino, dove sono letteralmente circondata di libri, sto lentamente guarendo dalla “sindrome dello studioso perenne”, che a me è venuta durante il dottorato di ricerca.
Quando ero ancora dottoranda (gerundivo latino - ovvero aggettivo verbale - che qualifica lo stato in cui mi trovavo, quello di persona che stava per addottorarsi: mai tempo fu più azzecato nell’esprimere la caducità di uno stato, e mai momento fu più desiderato del termine di quello stato…), dicevo, quando ero ancora dottoranda non leggevo niente altro che non fosse incidente, tangente o complementare alla mia tesi di dottorato.
E giù con saggi di storia dell’arte, storia meridionale, storia medievale, storia bizantina. Non capivo niente altro che non parlasse la mia lingua: niente romanzi, niente saggistica, niente politica, niente filosofia, letteratura, sociologia, storia contemporanea ecc. Ci provavo, ma leggevo due righe, dico due, e chiudevo, perchè il cervello, troppo concentrato nello sforzo erculeo di produrre dimostrazioni quasi incofutabili delle mie teorie meridional-storico-artistiche, non recepiva altro, niente altro.
Da circa qattro mesi il mio stato temporaneo e caduco, quella fugace ebrezza causata da una instabile condizione di precaria tortura (si sa che a noi giovani di oggi piace il precariato lavorativo, affettivo, sociale, psicologico ecc. se no perchè ci torturerebbero così su tutti i fronti??? Per sadismo? Per irrevocabile condizione socio-economico-politica? ma noooooooooo) è finita. Ebbene sì, sono un Dottore di Ricerca in Storia dell’Arte. (C****, che c***!!!!!!!!!!!!)
Soprattutto, da circa quattro mesi riesco a leggere libri come “Esco a fare due passi” di Fabio Volo, alternati a chianche meravigliose come “Il Verbo degli Uccelli ” di Farid al-Din al-Attar (che a dispetto del nome non ha niente di scabroso o pornografico, ma è un classico della filosofia persiana del XIII secolo, cui si sono ispirati i Radiodervish per il loro capolavoro “In search of Simurgh“).
Ieri mi è capitato sotto gli occhi Fernando Savater, di cui non conoscevo l’esistenza (vivevo nel dorato mondo dell’arte medievale, chiedo scusa a me stessa per questo, mi sono privata di troppa vita) e ho aperto, come si fa alla Feltrinelli quando si cerca una spinta all’acquisto tra le pagine di un libro di cui ci ha ispirato il titolo, “Il coraggio di scegliere“. Sottotitolo: “Riflessioni sulla libertà”.
Questa è l’introduzione:
Il tema di questo libro è una domanda che mi ossessiona, credo, da quando possiedo l’uso della ragione. (…) Per cominciare posso porla, in modo ingenuo, in questi termini: in che cosa consiste la libertà? (…) Per ottimismo o per pigrizia, a mio tempo immaginai che le risposte sarebbero venute con l’esperienza degli anni ed è per questo che ho sempre rimandato la stesura di quest’opera, che considero come il nucleo essenziale di tutto ciò che ho scritto. Ma adesso ho capito che né il tempo né lo spazio servono a dissipare le nostre perplessità. E’ inutile rimandare a domani ciò che domani sarà difficile e impossibile da fare esattamente come oggi.
Dedicato ad una persona speciale, che non crede di esserlo.